LE AMERICHE, DA VICINO E DA LONTANO

Chiude il festival ParmaJazz Frontiere

Chiude la sedicesima edizione di ParmaJazz Frontiere il tradizionale appuntamento con Una Stanza per Caterina che ogni anno ParmaJazz Frontiere dedica a Caterina Dallara e che quest’anno vedrà sul palco di Palazzo Sanvitale il 4 dicembre 2011 alle 21.00 Cristina Zavalloni e Andrea Rebaudengo in Le Americhe, da vicino e da lontano. Gli artisti proporranno una selezione di composizioni di autori che costituiscono la spina dorsale della Storia musicale statunitense, e di autori che, guardando all’America, hanno accarezzato l’idea di costruire, con le parole e con la musica, un (il loro) “nuovo mondo”.

The wonderful widow of eighteen springs di John Cage (1912-1992), tra i pezzi più eseguiti di Cage, è la prima di molte opere originate dalla fascinazione dell’autore nei confronti dell’opera di James Joyce. Il brano, composto “su misura” di un piccolo brano estratto da Finnegans Wake, il cammeo dell’infante Isobel, esatta il lirismo e la musicalità intrinseche al testo di Joyce, annullando al contempo la possibilità dello sviluppo di una dimensione soggettiva, nell’interpretazione, attraverso una serie di stratagemmi testuali (manipolazioni linguistiche, abolizione dell’uso della punteggiatura, utilizzo coatto dei caratteri capitali, etc) e musicali (come la concentrazione della “superficie musicale” entro l’area compresa tra le tre note: la, si e mi). L’accompagnamento pianistico, frutto degli esperimenti con il piano preparato praticati in Bacchanale (del 1940) alterna la tecnica pianistica vera e propria a pugni, battiti di nocche o di dita sul coperchio dello strumento. Mentre la vocalità, piana, non vibrata, in stile “folk”, asseconda le esigenze espressive di quello che non può definirsi “canto” in senso tradizionale, bensì una recitazione, perfettamente sincronica rispetto alla parte pianistica, dall’ipnotico potere musicale.

I song di Charles Ives (1874-1954, Serenity e The Houseatonic at Stockbridge, morbidi, dai tratti intimistici, e il fugace Remembrance, prodotti attorno agli anni Venti, saranno completati dall’eccezione costituita da Songs my mother taught me, che è del 1895.

L’interludio al pianoforte solo sarà dedicato ai delicati Four Blues di Aaron Copland (1900-1990), omaggio del compositore al sound del genere che andava formandosi in quegli anni, il jazz.

Di Xavier Montsalvatge (1912 -2002), compositore e critico musicale catalano, saranno interpretate le Cinco canciones negras (1945-9) attingono alla tradizione cubana. Sono tra le più importanti opere di Montsalvatge.

La Zavalloni ritroverà inoltre, in una nuova versione canto e piano, la sonorità della musica che è stata il suo primo amore, cimentandosi in Speak low di Kurt Weill (1900-1950), emigrato in America nel 1935. Su testo di Ogden Nash dal musical One touch of Venus (1943), il brano è assurto nel corso del Novecento a jazz standard grazie alle interpretazioni di artisti di Billie Holliday, Dee Dee Bridgewater, Barbara Streisand, Bill Evans, e Roy Hargrove, tra gli altri.

Cambiando emisfero, muterà anche l’atmosfera, con la spettacolare esplosione sonora di Karate, del polistrumentista e compositore brasiliano vivente Egberto Gismonti (1947), cavallo – domato - di battaglia della Zavalloni, che sferzerà la serata con una nota di virtuosismo. Sarà inoltre presentato il brano l’America, cronaca di un abbandono a suon di musica, all’ordine del giorno in tempi d’emigrazione, di un anonimo salentino, le cui musiche sono state arrangiate da Andrea Rebaudengo. Seguirà una session di improvvisazione.

Il duo Zavalloni-Rebaugendo, ospite regolare delle più prestigiose sale da concerto del mondo, tra cui la Carnegie Hall di New York, lavora principalmente sul repertorio del Novecento e contemporaneo, riservando un particolare interesse al materiale di origine popolare, dalla Spagna focosa di De Falla all'Italia "angelicata" di Berio, dai fumetti di Cathy Berberian ai Beatles riscritti da Louis Andriessen. In questa esplorazione i due musicisti riportano le esperienze accumulate nella frequentazione di altri linguaggi musicali, caratteristica che li accumuna.

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